
La parabola di Re Giorgio, dal Pci al Quirinale
di Francesca Siciliano
Noi di FareitaliaMag l’avevamo già incoronato poche settimane fa, come pure il New York Times: Re Giorgio. Per alcuni un “golpista”, per altri un “burattinaio”. Sta di fatto che con la sua «mossa del cavallo» (la nomina di Mario Monti senatore a vita pochi giorni prima di affidargli la presidenza del Consiglio), Giorgio Napolitano «farà scuola nei manuali di diritto costituzionale» avendo messo a segno un goal spettacolare. «Mai, nemmeno nella fase tumultuosa del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, il capo dello Stato aveva dovuto assumersi prerogative così ampie e responsabilità così pesanti», scrive Sabbatucci dalle colonne de Il Messaggero. Il Capo dello Stato in poche settimane è diventato il protagonista assoluto della svolta politica italiana, mettendo la parola fine alla seconda Repubblica, facendo calare il sipario sul berlusconismo e toccando vette altissime di popolarità. Il suo ampio consenso, per contro, è stato inversamente proporzionale a quello del centrodestra: più la crisi economica impazzava – e i festini di Arcore facevano capolino in tv – più il Capo dello Stato rispecchiava i valori, la serietà e la sobrietà in ambito internazionale divenendo l’emblema di un’Italia diversa e facendosi portatore di virtù civiche e morali.
In Re Giorgio – Vita di un uomo alla guida del Paese (Aliberti Editore – € 17,00), Fabrizio d’Esposito traccia la biografia del presidente da cui emerge un dettagliato profilo politico e personale. Dalla gioventù vissuta in disaccordo col padre – liberale e reduce dall’Unità d’Italia, che «non ha saputo arginare il fascismo» – all’incontro con Palmiro Togliatti, alle feroci polemiche con Enrico Berlinguer. Definito a vent’anni «’nu guaglione fatt’a viecchio» da Luigi Compagnone, suo ex compagno di scuola, e «’o Principino» dagli amici per la somiglianza con Umberto di Savoia, l’autore ripercorre le tappe principali della sua vita che lo hanno reso il primo “comunista” ad essere nominato ministro dell’Interno, ad essere ricevuto in pompa magna negli Stati Uniti e ad essere eletto al Quirinale. Punto fermo attorno al quale ruota la sua vita, Clio – Lady Napolitano – da oltre cinquant’anni sua compagna e con la quale ha sempre condiviso passioni e ideali.
Giorgio “il secco” (per distinguerlo da Giorgio “il grosso” – Amendola) è un ragazzo schivo, dalla personalità imperturbabile, che riesce perfettamente a nascondere le emozioni e che «non perde mai la calma, nemmeno durante l’Apocalisse». Ama l’arte, la cultura e la politica; si avvicina al comunismo a 16 anni diventando in seguito l’erede di Giorgio Amendola nella “destra” del Pci. La sua posizione all’interno del partito è sempre stata riformista, tanto da prendere addirittura le distanze dal fanatismo sovietico di Sereni: «Gli sentii dire una volta – forse negli anni ’70 – che il Pci sarebbe stato, per le sue posizioni, un partito riformista se non ci fosse stato il legame con l’Urss. Come a dire che questo legame aveva “salvato” il Pci dal decadere a partito riformista, ed era di per sé sufficiente a qualificarne la natura e la collocazione come partito rivoluzionario».
Napolitano ha sempre dimostrato nel suo percorso politico e istituzionale, culminato nella crisi di governo del 2011, di avere delle doti eccezionali. «Equilibrio, moderazione, autorevolezza, indiscussa abilità politica, spirito di iniziativa…» incalza Sabbatucci. Quella stessa «abilità politica» che ha reso possibile la nascita del “governo del presidente”. O di Re Giorgio, che dir si voglia.

